[Milano] Fredrik Værslev e le sue case fatte d’arte

Gestire un blog tematico significa farsi una serie di domande e fare una serie di scelte (che potremmo chiamare editoriali, ma le pretese di questo spazio non sono così estreme, suvvia). Nell’attesa di potervi parlare di una piccola novità, quindi, ho deciso di prendere tutto con più leggerezza e spaziare tra il far vedere e il raccontare, senza per forza dover coniugare sempre entrambe le cose.

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Giò Marconi è una delle istituzioni più attente al contemporaneo, in grado di offrire sempre una rassegna stimolante nel capoluogo lombardo. All’ultima inaugurazione, quella del 15 settembre, è stata presentata la personale di Fredrik VærslevHome is where my art is. Una serie di piccoli dipinti detti terrazzo paintings, allestiti in casette costruite ad hoc per la galleria milanese, che richiamano alla memoria quel modo di dipingere tipico dell’action painting. Dal primo sguardo si intuisce subito che non si tratta di una ripresa vera e propria, quanto di una citazione formale. Il tema, infatti, è quello dell’abitare, dell’appartenere a un luogo e alla funzione dell’arte in tutto questo.

La pavimentazione rappresenta un atto di civilizzazione del terreno su cui camminiamo. I pavimenti sostituiscono la nuda terra in tutta la sua primitività. Posare un pavimento significa iniziare a tracciare dei confini tra lo stato naturale e la civilizzazione. Un pavimento – che sia in legno, cemento o plastica – rappresenta un posto nel mondo.

Una serie di piccole opere che riflettono sul quotidiano e sull’effettivo dialogo tra arte, architettura, scelta dei materiali e relazione con lo spazio e la luce.

Home is where my art is, progetto dell’artista norvegese classe ’79 Fredrik Værslev, sarà aperta fino al 29 ottobre da Giò Marconi (Via Tadino 20).

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4 pensieri su “[Milano] Fredrik Værslev e le sue case fatte d’arte

  1. Le strade del contemporaneo sono infinite e non c’è più alcun limite. Spesso sai cosa mi rende perplesso? Lo spazio talmente sottile tra la grande intuizione e la presa in giro.
    Non è riferito a questa esposizione ovviamente, ma sempre più spesso ci spacciano per grandi operazioni dei fenomeni costruiti a tavolino dove di arte, passione e voglia di condivisione generale non se ne trova affatto.

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    1. Mi trovi d’accordo. Andando a vedere il numero più alto di mostre possibile, tante volte mi rimane un “E quindi?”. Le uniche opere che mi stanno colpendo ultimamente lo stanno facendo per via del supporto, per l’innovazione (o diversità, perché non so se nel resto del mondo nessuno stia facendo esattamente la stessa cosa) delle modalità espositive. Per esempio, guardando queste opere ho pensato: “Non mi sarebbe mai venuto in mente di creare delle casette per appendere delle tele di piccole dimensioni”. Così come succede per altri artisti che usano delle tecniche particolari.
      Comunque condivido il tuo punto di vista. Ogni tanto mi chiedo: secondo te c’è davvero qualcosa di nuovo da far vedere?

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      1. Io credo (come dicevamo per la Abramovic) che si sia fatto anche dell’arte un fenomeno principalmente commerciale, per cui tutti gli altri valori passano in secondo piano. Ma pare che il mercato anche stia accorgendosene, alle recenti aste di Londra, quei giovani sconosciuti che l’anno scorso hanno detenuto dei record pazzeschi ed infondati, sono già discesi nell’oblio portando con sè la disperazione di chi, l’anno scorso aveva immaginato di fare il botto commerciale.
        Probabilmente se tutte le esposizioni del mondo (tutti hanno diritto a farle consapevolemente dell’accettabilitò o meno del pubblico) si facessero per il gusto dell’arte e della condivisione, senza aspettative ed ansie da prestazione, si potrebbe ritornare anche ad una visione un po’ più oggettiva e critica. Costruttiva per il dialogo che dovrebbe necessariamente imporsi tra l’artista, i media e il pubblico.

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        1. Più che il mercato che se ne accorge, sono gli interessi di chi manovra il mercato (e purtroppo certi meccanismi sono noti). Ai livelli alti, ormai, è tutto incentrato a questo, a far entrare qualcuno in uno pseudo-Olimpo dell’arte per poco tempo, entrare nelle collezioni in modo da poter fare soldi e nulla di davvero più.
          Sul segmento medio-basso, invece, si trova ancora qualcosa di genuino, ma credo funzionante in una dimensione locale. Forse arte e globale non sono così comunicanti.

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