[Verona] Il valore dell’assenza: il caso di Castelvecchio

Era qualche tempo che meditavo di raccontare la visita di un museo e di una collezione permanente e ho deciso di cominciare da Castelvecchio.

Parlare di un museo significa dilungarsi ma, se si tengono a mente i punti principali, diventa più facile seguire il resto.

Tre le caratteristiche:

  • la struttura è un castello scaligero del XIV secolo, nato con funzione difensiva dove ai tempi sorgeva la chiesa di San Martino, e si affaccia sull’Adige,
  • famoso per il restauro operato da Carlo Scarpa tra il 1958 e il 1974,
  • passato alla cronaca lo scorso novembre per il furto di ben 17 dipinti.

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Si può dire che Castelvecchio sia uno di quei casi studio fondamentali per capire il rapporto dell’arte con l’architettura che la racchiude e protegge. O, meglio, che la dovrebbe proteggere.

Diamo spesso per scontato che una struttura contenga e conservi le opere che vi sono depositate ed esposte e che la sacralità del luogo sia difficile da violare, eppure è successo proprio l’opposto a Verona lo scorso novembre 2015.

Era un giovedì sera come tanti altri e l’ultima ora, mentre si preparava la chiusura, erano rimaste due sole persone a sistemare e controllare gli ingressi. La guardiasala al primo piano mi racconta la sua versione dei fatti, la ricostruzione, la paura che rimane, il senso d’allerta che taglia l’aria rarefatta delle sale del museo.

Non mi era mai capitata un’esperienza simile, ma andiamo per passi.

Come già accennato, Castelvecchio è una fortezza scaligera del XIV secolo che, nel corso del tempo, ha subito varie modifiche; sicuramente quella più famosa è quella apportata dall’architetto veneto Carlo Scarpa – che rimane uno dei suoi interventi più riusciti e meglio conservati. L’edificio si trasforma così in un esempio di brutalismo rimasto intatto nel tempo: il cemento a vista contrasta con i materiali e le decorazioni originarie, senza però disturbare l’occhio. Certo, l’effetto è straniante, ma nel complesso rimane maggiore l’effetto sorpresa del trovare del calcestruzzo dove, in teoria, dovrebbero esserci dei laterizi.

Scarpa si occupa anche del riallestimento del museo civico che consta di circa trenta sale divise in diversi settori: scultura, stanza delle antiche campane cittadine, ceramiche, oreficerie, miniature, armi antiche, ma soprattutto pittura italiana e straniera.

Dico soprattutto perché sono queste le due sezioni prese di mira dal gruppo di ladri che sono riusciti a rubare dipinti del calibro di Mantegna, Tintoretto, Pisanello e Rubens.

La visione del cemento può essere straniante, certo, ma lo è di più la comparsa delle foto che solitamente segnalano il restauro o il prestito di un’opera, indicanti Opera trafugata il 19/11/2015. Foto che inizialmente sembrano essere tre o quattro, ma che continuano a comparire con insistenza in troppi punti del museo.

Camminare lungo il percorso espositivo di Castelvecchio significa oggi rimanere molto più colpiti dalle assenze che dalle importanti e spesso imponenti opere, o dalle macchine espositive tipiche dello stile scarpiano. Significa sentire addosso lo sguardo pressante di almeno una guardia che segue costantemente il visitatore (senza poi di fatto stare attenta alle cose importanti, come l’uso dei flash sparati contro la pittura). Significa perdersi, perché non è così chiaro come passare da un’ala all’altra del castello, così come non è completamente comprensibile il criterio espositivo che fa sì che da una sala di dipinti si passi a un corridoio di utensili, a una sala di armi e poi di nuovo a dei dipinti.

Uno degli aspetti che colpisce di più è l’apparente casualità con cui sono state trafugate le opere. Sicuramente non le più significative della collezione, né quelle con un maggior valore economico – ce ne sarebbero state almeno una decina molto più rilevanti, almeno a livello storico-artistico. Una casualità solo fittizia, visto che il furto è stato eseguito da due persone in poco più di un’ora.

Visitare un museo e sentire il peso della mancanza che si fa asfissia è davvero un’esperienza particolare. Non dico da provare, ma sicuramente da considerare per riflettere sul modo in cui la nostra cultura dà per scontato uno degli elementi fondanti della nostra identità: la nostra storia.

Ad oggi sono state arrestate dodici persone tra l’Italia e la Moldavia e le opere non sono ancora state ritrovate, ma Castelvecchio continua a vivere e a conservare alcuni grandi tesori dell’arte italiana ed europea.

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6 pensieri su “[Verona] Il valore dell’assenza: il caso di Castelvecchio

  1. purtroppo quella di Castelvecchio è una brutta storia, che mi auguro venga risolta in breve con il ritrtovamento delle opere. Però, proprio come scrivi tu, il furto “casuale” di opere “neppure tra le più importanti” del museo, ma di certo tra la più significative narra probabilmente di un trafugamento ad hoc. Richieste su commissione? pare proprio di si… speriamo solo non ci abbiano separati per sempre da un patrimonio che da sempre abbiamo ritrovato nelle pagine dei nostri libri di storia dell’arte.

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    1. Sono sicura che non sarà per sempre, ma per un bel po’ di tempo sì. Come in tutte queste storie, se ormai le opere sono “sparite” nel salotto di qualcuno (unica soluzione anche per il mercato nero), prima o poi qualche erede tenterà di venderle e risalteranno fuori. Se invece, come speriamo, riusciranno a ritrovarle prima, torneranno a Castelvecchio e allora sarà molto curioso ritornare e vedere se ci sono stati degli effettivi cambiamenti. 🙂 Un abbraccio

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      1. Ne ho letto anche io. Sincermente temevo che non le avremmo riviste di nuovo tutte insieme. Ma a quanto pare sono tutte sane e salve. Aspettiamo la conferenza stampa di rientro!!

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        1. Anche io pensavo le stesse cose e temevo sarebbero risaltate fuori tra tantissimi anni; invece ci hanno stupiti! Aspettiamo la conferenza stampa e che tornino a casa, poi urgerà una nuova visita. 🙂 Buona giornata, Lois. Un abbraccio!

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