[Milano] Adolfo Wildt, l’ultimo simbolista

Adolfo Wildt (1868-1931). L’ultimo simbolista è la mostra dedicata al grande maestro milanese dalla GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano in collaborazione con il Musée d’Orsay et de l’Orangerie di Parigi.

Nato a Milano nel marzo del 1868, Wildt inizia la sua carriera come apprendista barbiere all’età di 9 anni per poi formarsi come orafo, prima, e, come marmista, poi. Allievo di Giuseppe Grandi e Federico Villa, trascorre gli anni dell’adolescenza all’Accademia di Brera, dove tornerà molti anni dopo in qualità di docente.

Lo scultore deve infatti molto alla sua città: il successo della prima personale organizzata dalla Società per le Belle Arti di Milano (1893) che gli consente di ricevere uno stipendio dal primo collezionista prussiano e l’importanza nella ritrattistica funeraria ampiamente ospitata al Cimitero Monumentale sono solo alcuni dei riconoscimenti, che portano Adolfo Wildt ad aprire una scuola in cui insegna gratuitamente agli allievi l’arte del taglio. La stessa scuola che verrà poi trasferita nelle aule dell’Accademia di Brera, attraverso cui passeranno allievi della portata di Lucio Fontana e Fausto Melotti.

Negli anni Venti, gli anni in cui viene coinvolto da Margherita Sarfatti nella poetica del ritorno all’ordine del gruppo Novecento, le sue opere vengono esposte alla Biennale di Venezia. Arrivato nella città lagunare per l’edizione del 1922, avrà una sala a lui completamente dedicata nel 1924.

Nonostante tutto questo, Adolfo Wildt rimane uno dei nomi sconosciuti dell’arte italiana di fine Ottocento e inizio Novecento. Un nome che la GAM di Milano riesce a riscattare dalla damnatio memoriae della critica del secondo Dopoguerra grazie a una mostra delicata, ma intensa, in cui le cinquanta sculture vengono illuminate teatralmente, a sottolineare l’importanza che ha nel suo modus operandi il chiaroscuro. È questa infatti la cifra che contraddistingue lo stile del maestro: la capacità di modellare le emozioni, le espressioni e le personalità dei soggetti con luci e ombre.

Scultore ma non solo, una sala della mostra è dedicata ai disegni in cui l’artista esprime tutta la sua ricerca della possibilità di descrivere l’anima dei personaggi nelle sue storie.

Una mostra molto bella, equilibrata e ben raccontata da pannelli ricchi ma mai eccessivi (e, se volessimo trovare un’unica pecca, sempre e solo in italiano – il che rende la mostra poco fruibile per un turista. Ma su questo tornerò in futuro).

Una mostra che si potrebbe riassumere nella massima di Adolfo Wildt:

Io voglio cantare, non narrare; esaltare, non descrivere.

Oggi, purtroppo, è l’ultimo giorno in cui è possibile visitare la mostra, già prorogata per due settimane.

Qui potete vedere solo alcune delle foto che ho scattato e che spero rendano l’amore che provo per questo artista. Il primo a farmi innamorare della scultura, quando ancora non sapevo molto di arte, ha la capacità di suscitare sempre una reazione nello spettatore, che sia positiva o negativa. Anche il catalogo è ben fatto (edito da Skira), quindi se non foste riusciti a vederla, potrebbe essere un’ottima alternativa.

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2 pensieri su “[Milano] Adolfo Wildt, l’ultimo simbolista

  1. Ho sempre avuto un sentimento di amore ed odio per Wildt. Mi affascina molto la tecnica ed il chiaroscuro virtuoso di ogni sua opera..però poi mi assale un senso di inquietudine in quei volti deformi attraversati dall’irrequietezza (esteticamente perfetta!).

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    1. Sai cosa? Forse vederlo contestualizzato, al di là di una mostra, aiuta a cogliere meglio le sfumature. In una sala ha tutto un sapore surreale, esagerato, quasi caricato. Io l’ho scoperto anni fa, facendo la guida per il FAI in un quartiere di Milano. Nell’atrio di ingresso di un palazzo, c’era (c’è ancora penso) una sua scultura, che con la luce del posto aveva un aspetto diverso da quello che può dare un faro. Però capisco le reazioni e, anzi, sono contenta che lo conoscessi già (ma su quello non c’erano dubbi 😀 )

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