[Milano] Cucine & Ultracorpi

Si è chiusa domenica scorsa, 21 febbraio, l’VIII edizione del Triennale Design Museum. Una di quelle mostre che, se non fosse stato per Elisa (che ringrazio), non avrei mai visto. Non tanto per pigrizia, quanto perché ho estrema difficoltà a comprendere e valutare le opere di design, soprattutto quando si tratta di oggetti così quotidiani.

Cucine & Ultracorpi, a cura di Germano Celant in collaborazione con Silvana Annicchiarico e il team di TDM, parte dalla storia raccontata ne L’invasione degli ultracorpi di Jack Finney. Il romanzo, pubblicato nel 1955 e sceneggiato da Don Siegel già l’anno successivo, propone uno scenario fantascientifico in cui semi alieni cadono sulla Terra, sostituendo gli esseri umani con cloni extraterrestri, incapaci di provare emozioni.

Non conoscendo l’opera di Finney, risulta molto complicato capire la storia raccontata lungo il percorso espositivo. Mentre è chiaro l’incipit, esplicato dalla Satellite kitchen e dai colori fortemente contrastanti dell’allestimento, netto rimando all’arrivo di una navicella aliena, il resto si perde all’uscita del corridoio futuristico, in cui allarmi e luci segnaletiche riproducono un’atmosfera psichedelica.

La domanda, in fin dei conti, è sempre quella: è importante coinvolgere il pubblico o è meglio continuare a organizzare mostre d’élite?

Il dettaglio che più mi ha confusa è stato la presenza di piccoli schermi, altezza bambino, dove veniva proiettato un montaggio di circa 12 minuti con le scene dei film d’animazione che hanno trattato il tema della cucina. Stesso montaggio presente in tutte le sale in cui tali schermi si trovavano. Se l’idea di porre le tv a un’altezza tale da permettere anche ai piccoli ospiti del museo è simpatica e divertente, il contenuto resta sfuggente.

Per riprendere la domanda di prima: c’è bisogno di frammentare così il pubblico? Il cinema d’animazione non è forse attraente e utile per alleggerire i contenuti anche per gli adulti? Perché scollegare così le narrazioni?

Cucine & Ultracorpi è stata una mostra particolare.

Non vorrei elaborare sentenze, né risultare arrogante, ma all’uscita mi rimaneva solo una domanda: cosa avrebbe detto la critica di una mostra così, se la firma fosse stata diversa?

A voi la risposta.

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